
Sporco Maccaroni, Tschinggali, Spagettifresser, Walsche, Minghiaweisch,
Pizzagang, Maiser, Mozzarellanigger, Guinea, Dago, Gino, Goombah,
Wop, Wog, Itakas, Los Polpettoes, Carcamano, Garlics, Greaseball,
Rital, Calzonee, Machaques: questa è solo una piccola parte dei
nomi dispregiativi con cui sono stati indicati gli Italiani nel
mondo. Negli Stati Uniti all’inizio del 900 gli Italiani erano considerati
come i pipistrelli (uccelli o mammiferi?) il “popolo di mezzo”:
né bianchi, né negri. Nel Belgio degli anni ‘50 gli “sporco maccaroni”
andavano a morire in massa nelle miniere di carbone. I figli dei
minatori per legge dovevano fare i minatori. Dopo i disastri minerari,
sotto le pressioni del governo italiano, il Belgio sostituì gli
Italiani con Greci e Spagnoli, i nuovi subumani di turno da sfruttare.
Ancora negli anni ‘70 in Svizzera alcuni locali esponevano il divieto
di ingresso ai cani ed agli Italiani. Il presidente USA Nixon, dichiarò
che non soltanto gli Italiani si comportavano in un modo diverso
dagli altri Europei, ma avevano anche un “odore” diverso. In Gran
Bretagna negli anni ‘80, nell’italian friday, gli skinhead cercavano
per strada un Italiano a caso a cui fare la festa. Quando gli “Albanesi”
eravamo noi, espatriavamo illegalmente a centinaia di migliaia,
ci linciavano come ladri di posti di lavoro, ci accusavano di essere
tutti mafiosi e criminali. Quando gli “Albanesi” eravamo noi, vendevamo
i nostri bambini agli orchi girovaghi, gestivamo la tratta delle
bianche, seminavamo il terrore anarchico ammazzando capi di stato
e poveri passanti ed eravamo così sporchi che ci era interdetta
la sala d’aspetto di terza classe. Quando gli “Albanesi” eravamo
noi, ci pesavano addosso secoli di fame, ignoranza, stereotipi infamanti.
Quando gli “Albanesi” eravamo noi, era solo ieri. In questa ricostruzione
di Gian Antonio Stella, ricca di fatti, personaggi, avventure, documenti,
aneddoti, storie ignote, ridicole o sconvolgenti, c’è finalmente
l’altra faccia della grande emigrazione italiana. Quella che meglio
dovremmo conoscere proprio per capire, rispettare e amare ancora
di più i nostri nonni, padri, madri e sorelle che partirono. Quella
che abbiamo rimosso solo per ricordare “gli zii d’America” arricchiti
e vincenti. Una scelta fatta per raccontare a noi stessi, in questi
anni di confronti con le “orde” di immigrati in Italia e di montante
xenofobia, che quando eravamo noi gli immigrati degli altri, eravamo
“diversi”. Eravamo più amati. Eravamo “migliori”. Non è esattamente
così. D’altra parte gli Italiani (quasi 30 milioni, più della metà
dell’attuale popolazione nazionale!) che approdavano a porti lontanissimi
o arrivavano in treno in paesi totalmente sconosciuti erano il più
delle volte sporchi, affamati, ignoranti e con un tasso di violenza
altissimo nella loro cultura di relazione. Hanno creato numerosi
problemi alle collettività in cui si sono inseriti in quanto portatori
di una diversità difficilmente accettabile, e molto hanno sofferto
per incredibili discriminazioni. Oggi gli Italiani, gli immigrati,
sono gli Albanesi, i Rumeni, i Magrebini, ma detto questo per carità:
alla larga dal buonismo! Ma alla larga più ancora dal razzismo.
Dal fetore insopportabile di xenofobia che monta, monta, monta in
una società che ha rimosso una parte del suo passato.